“L’eco delle politiche di Sankara in un villaggio del Burkina Faso”

 

Giancarlo Di Santi

 

 

1) Lamento funebre

            «Che cosa dobbiamo fare degli estinti, delle creature che ci furono care e che erano come parte di noi stessi? “Dimenticarli”, risponde, se pur con vario eufemismo, la saggezza della vita. “Dimenticarli”, conferma l’etica. “Via dalle tombe!”, esclamava Goethe… E l’uomo dimentica… Nel suo primo stadio, il dolore è follia o quasi…

            Ma con l’esprimere il dolore, nelle varie forme di celebrazione e culto dei morti, si supera lo strazio, rendendolo oggettivo. Così cercando che i morti non siano morti, cominciamo a farli effettivamente morire in noi. Né diversamente accade nell’altro modo col quale ci proponiamo di farli vivere ancora, che è di CONTINUARE L’OPERA A CUI ESSI LAVORARONO, e che è rimasta interrotta…»[1].

            Cosa ci vuole dire Benedetto Croce con queste bellissime parole? Che di fronte ad una perdita di una persona cara, il linea di principio è sempre bene assumere due distinte reazioni. Da un lato, evitare di lasciarsi emotivamente rapire dalla morte, e quindi bisogna allontanarla da sé, oggettivizzare e razionalizzare il dolore: appunto per circoscriverlo per evitare che la follia di un sentimento non regolato ci porti via insieme al trapassato.

            Ma questo sicuramente non basta! Per completare il sentimento luttuoso occorre superare questa “seconda morte culturale”[2], diviene allora necessario conservare LA CARA MEMORIA della persona che abbiamo perso. Onde evitare il rischio opposto: l’oblio totale, che porta ad un vuoto, alla mancanza di radici e dolci ricordi da conservare.

            Come si serba allora con cura questa memoria? Il grande filosofo ci insegna che lo si può fare solo CONTINUANDO NELLA SUA OPERA: cioè proseguendo le attività che la persona scomparsa è stata costretta ad interrompere.

            Il mio intervento di oggi, pur non avendo al centro la persona di Thomas Sankara, è in qualche modo giustificato, proprio perché cercherò di rievocarlo ricordando alcuni aspetti della sua OPERA in cui Sankara è sicuramente sopravvissuto, anche se spesso, dai protagonisti di oggi, non è esplicitamente riconosciuto.

            Dalla mia esperienza di ricerca in Burkina Faso[3], sia quella svolta sul campo sia quella teorica sulle fonti, ho capito l’importanza del di lui intervento politico-culturale. Infatti, ogni volta che mi trovavo ad approfondire un argomento, un problema di rilievo per la storia culturale di quel paese, le imprese da lui compiute emergevano sempre con forza. È molto profondo il solco tracciato dalla sua grandiosa e memorabile impresa di rinnovamento: S. è riuscito, nell’arco di soli 4/5 anni di governo, a cambiare profondamente il volto del Burkina Faso, interessando ogni villaggio, anche il più sperduto e periferico, e coinvolgendo ogni singola persona del posto[4].

            Dal suo esempio impariamo come bisogna operare concretamente quando si ha come obiettivo primario la trasformazione di una realtà piena di ingiustizie e sopraffazione. S. non a caso era un politico che manteneva una rigida coerenza tra le parole che pronunciava e il modo in cui si comportava: un modello di rigorosa rettitudine morale e politica ormai quasi scomparso dal panorama mondiale.

            Ricordare e sottolineare questo suo agire sul piano della pura immanenza, concentrata sulla realtà vissuta, mi permette di evitare una commemorazione di maniera: sterile e retorica. Di cadere in una pura mitizzazione della sua figura, di trasferirlo solo sul piano del trascendente, tradendo così la sua vera vocazione: che era sempre stata quella rivoluzionaria, la cifra etica della sua intera esistenza.

            Come tutti sappiamo non è stato possibile dare degna sepoltura al caro T. S. Come dire si è materialmente impedito di concedere quella necessaria “seconda morte culturale” che come abbiamo visto è il presupposto di ogni forma di oggettivazione del dolore. Tale è la grande ingiustizia che hanno subito, sia il popolo burkinabe sia i suoi familiari insieme agli amici.

            Quando accadono cose simili, è l’Amleto di Shakespeare[5] a ricordarcelo, uno spettro si aggira… e si comincia ad agitare… Si accinge a diffondersi e ad alimentare nell’immaginario delle persone di oggi una figura che difficilmente riusciranno a cancellare dalla memoria collettiva dell’umanità intera.

            Voi… giustamente vi domanderete: perché questa figura comincia ad appartenere al patrimonio dei ricordi dell’umanità intera?[6] Perché T.S. ha saputo assumere su di sé e dare una prospettiva concreta alla “visione dei vinti”[7], di coloro che sono stati storicamente sconfitti pur avendo avuto dalla loro tutte le ragioni per affermarsi. Per questi motivi sul piano della dimensione emotiva il ricordo di S. è destinato a fare molta strada. Noi tutti se vogliamo veramente capire chi è stato quest’uomo tale dimensione la dobbiamo avere sempre presente.

 

2) Limiti e conflittualità: con lo sguardo rivolto al passato.

            Vi è poi un altro aspetto importante di questa rivoluzione che deve essere messo in luce: si tratta dei limiti che si sono manifestati soprattutto nei piccoli villaggi periferici[8]. Il problema può prendere avvio dalle seguenti semplici domande: perché al momento del colpo di stato è venuta a mancare una grande sollevazione, contadina e popolare, in difesa delle conquiste rivoluzionarie? Perché si è potuto, prendendo il controllo della sola città di Ouagadougou (la capitale), cancellare tutto tragicamente da un giorno all’altro?

            A mio modo di vedere tali domande vanno necessariamente affrontate; questo è un modo intelligente di fare partire una profonda riflessione circa i limiti e le conflittualità interne al processo rivoluzionario. Infatti, se non si prende coscienza di tali dinamiche, non riusciamo a trovare le risposte alle domande, e quindi a spiegarci la mancata reazione di massa al colpo di stato messo in atto con l’assassinio di S. il 15 ottobre del 1987.

            Proprio in stretta relazione a tale problema, che naturalmente potrebbe lecitamente essere affrontato anche da molti altri punti di vista, vi propongo una prospettiva, particolare e specifica, di approfondimento; che si interroga appunto sulla reale efficacia delle politiche rivoluzionarie nei piccoli villaggi.

            I CDR (Consigli di Difesa della Rivoluzione)[9] secondo le intenzioni originarie dovevano favorire, presso i villaggi geograficamente più periferici del paese, l’avvio di un nuovo processo storico, autonomo e decentrato, di superamento degli istituti di potere tradizionali.

            Sull’argomento ho raccolto, nel corso della mia indagine sul campo dalla viva voce dei protagonisti, le seguenti preziose testimonianze.

            “Alle domande da me formulate rispondeva il capo villaggio di Beregadougou[10], tale Julien Sombié.

D.        1) Dopo la rivoluzione del 1983 cosa è successo a Béréga?

R.         Subito dopo gli avvenimenti del 1983, che ha introdotto i “delegati CDR”, il sottoscritto (Sombié Julien) insieme a Surabié Paul e Sombié Ibraim siamo stati i primi delegati di Béréga…

Ad una mia ulteriore domanda la risposta fu…

R.         No! A Béréga, nel corso della rivoluzione, il capo villaggio è rimasto sempre al suo posto. C’è stato solo un rilassamento dei costumi condizionato dalla presenza dei CDR. I quali pensavano, dato il periodo rivoluzionario, che non vi fosse la necessità di osservare la tradizione. Abbiamo costatato solo tale tendenza: ma, il capo villaggio è rimasto sempre là come capo villaggio! [con tono perentorio e imperioso], c’erano anche i delegati CDR [con tono basso e dimesso].

            Noi siamo stati in carica  negli anni 1983/84/85; nel 1985 abbiamo ceduto l’incarico, siamo stati poi sostituiti dalla seconda squadra. Nello stesso anno 1985 muore il capo villaggio: dato che il figlio del capo villaggio era un delegato CDR, lui assunse direttamente anche il (medesimo ruolo vacante) ruolo di capo villaggio.

            Poiché la rivoluzione, come voi dite, sostenne teorie… . Nel nostro caso il capo villaggio resta là ed esercita il suo ruolo, il problema sta nel fatto che con la rivoluzione non ci fu intesa, non si parlava la stessa lingua e dunque questo comportò molta confusione: come quando alla scadenza del nostro mandato ci siamo trovati di fronte anche alla morte del capo villaggio.

            Dirà poi altre frasi nelle quali sono presenti numerose contraddizioni, anche queste indicative delle difficoltà incontrate da Julien ad oggettivare pienamente l’argomento affrontato in questa fase del discorso.

Infine concludeva affermando in modo deciso:

            Mamadou che, alla morte del padre, ricopriva il ruolo di delegato aggiunse anche quello di capo villaggio. Il padre non c’era più per cui fu il delegato a gestire i due ruoli.

            In questa chiusa di Julien è evidente il suo profondo disappunto di fronte all’illegittimo accorpamento di poteri.

            Si capisce la contrarietà anche dal tono sommesso e distaccato con il quale il nostro informatore si rivolge all’esercizio di questi due poteri. Tutti questi sono indizi sul conflitto in corso, in quanto, di norma, quando Julien si rivolge agli istituti culturali tradizionali di quel rango si serve di un vocabolario e di un tono che rimandano ad un atteggiamento di riverenza e di profondo rispetto.

            Perché alla morte dello zio non fu nominato subito Julien come capo villaggio? Da qui prende avvio il problema, in quanto era la cosa più ovvia da fare, nel rispetto della regola tradizionale che prevede la trasmissione del potere da zio a nipote e non da padre a figlio, com’è invece avvenuto.

            Sembra quindi che la concomitanza di tre avvenimenti, tutti concentrati nell’anno 1985, concorra a complicare maggiormente i rapporti di forza all’interno del villaggio. Essi sono nell’ordine: la morte del capo villaggio; la scadenza del mandato di Julien come “delegato”; la nomina in sua vece di Mamadou.

            Probabilmente, in questa fase di interregno, prendono corpo grossi conflitti di potere, che l’avvento della rivoluzione guidata da Sankara complica ulteriormente.

            Con il supporto delle uniche fonti orali possiamo solo prendere coscienza dell’esistenza di questi conflitti intestini al villaggio: che richiederebbero un ulteriore momento di approfondimento.

            In ogni caso, riflettendo sulla modalità con la quale Julien fornisce i dati circa la sequenza delle persone che si alternano nella gestione del potere, risultano evidenti i seguenti elementi:

a- Julien è spesso colto con un timbro di voce molto incerto, cosa rara in lui; dà così l’impressione di essere afflitto da un problema forse grave e irrisolto.

b- Solo prendendo coscienza dell’esistenza di un inconfessato conflitto di poteri all’interno del villaggio, mai completamente superato, possiamo pensare di dare ordine ai vuoti e alle manifeste contraddizioni presenti nel colloquio con il nostro caro Julien.”[11]

            Quindi, per riassumere, cosa possiamo dire?

            Quali principali elementi di riflessione ci può suggerire questo piccolo ma concreto esempio raccolto presso un villaggio periferico del paese?

            A mio modo di vedere ci sono almeno tre ordini di problematiche, di carattere generale, da sottolineare. E sono nell’ordine i seguenti:

1)     La rivoluzione non è riuscita ad instaurare, con i poteri tradizionali basici, la necessaria mediazione culturale per trasformarli ed adattarli alle nuove esigenze. Tutto ciò in misura tale da far credere a molti degli autoctoni che la rivoluzione “parlasse” un linguaggio troppo distante, motivo per il quale rimasero oscuri a molti contadini parte degli obiettivi che essa si era data.

2)     Esiste un’ampia documentazione storica[12] che testimonia una lotta accanita condotta dalle popolazioni di questi luoghi contro un modello di potere accentratore imposto dall’esterno. Le diverse etnie – i Turka, i Lobi, i Bambara, i Karaboro etc… – si batterono a lungo per difendere la loro autonomia. Lottarono sia contro i vecchi regni locali sia contro i colonizzatori, mussulmani prima e occidentali poi. Ho motivo di credere che non si sia riusciti a valorizzare e ad esaltare questa forte e radicata propensione alla ribellione; cosa che invece, come voi tutti potete immaginare, sarebbe stata molto utile alla rivoluzione.

3)     Il discorso e il concetto stesso di potere assunto dai rivoluzionari ha subito ed è stato declinato troppo spesso solo in senso occidentale. Questo stato di cose ha impedito l’avvio di un processo esteso, ad ampio raggio, adatto a trovare soluzioni e possibili terreni di confronto con i piccoli poteri tradizionali diffusi nei villaggi, in merito ad argomenti di capitale importanza, quali: misurazione del tempo, mediazione sociale e sacralità, il cui metro di misura principale era dato dall’esercizio dei poteri tradizionali. Quando questi poteri tradizionali vengono aboliti drasticamente si destabilizza tutto e si cancellano i codici con i quali si interpretavano i fatti culturali. Qui hanno sede, come abbiamo verificato, le enormi difficoltà narrative di Julien. Per farvi capire meglio cosa voglio dire possiamo prendere spunto da alcuni brevi esempi presi dal nostro punto di vista di occidentali.

            a) Per la misurazione del tempo. Pensiamo velocemente all’importanza che assume nel nostro sistema democratico il calendario nella definizione dei tempi della successione al potere da una legislatura parlamentare ad un’altra; potete costatare quanto sia delicato questo momento;

            b) Per la mediazione sociale. Basta pensare al ruolo che svolge l’esercizio del potere nel legittimare il ricorso alla violenza; ma, anche e soprattutto, la funzione di mediazione esercitata dal potere nelle relazioni con l’esterno[13];

            c) Per il rapporto con la dimensione del sacro. È sufficiente ricordare il ruolo che hanno il potere ed il sacro nel regolare il calendario (tempo sacro e tempo profano)[14].  Senza mai dimenticare il reciproco aiuto che sempre si danno nel gestire i rituali che accompagnano il passaggio alla morte[15].

 

3) Modernizzazione e attualità: con lo sguardo rivolto al futuro.

            È giunto ora il momento di affrontare la tematica della modernizzazione. Lo faremo a partire da alcuni documenti scritti dagli stessi abitanti del villaggio, che mi furono consegnati con l’incarico di procurare dei finanziamenti qui in Italia[16].

        Il primo, che mi fu consegnato, è un progetto di carattere economico/ambientale destinato alla protezione della sorgente del fiume che passa vicino al villaggio. Vi è incluso anche un tentativo sperimentale, molto innovativo, di riprendere le antiche tecniche di lavorazione della terra per valorizzarle.

        Il secondo è una richiesta di fondi per la pubblicazione di una grammatica e di un vocabolario tradizionali. Tali testi verrebbero utilizzati come supporto ad un progetto di alfabetizzazione. Tale iniziativa si pone l’obiettivo di salvare l’idioma tradizionale dei Turka: il Tchourama, una lingua orale che, al pari di molte altre compagne ad essa, rischia di perdersi nell’oblio. L’iniziativa porta con sé anche l’ambizioso progetto di promuovere l’alfabetizzazione in lingua locale. Il progetto è destinato soprattutto a coloro cui non è stato possibile alfabetizzare in lingua francese; solitamente le persone più emarginate e povere.

        Il terzo si rivolge alle attività di pastorizia svolte al di fuori o lontano dal villaggio. Infatti, i promotori di questo progetto sono un gruppo di allevatori di bestiame di grossa taglia, attività essenziale per l’approvvigionamento di carne, latte e derivati. In questo progetto sono attivamente coinvolti anche allevatori di diversa origine etnica.

        Il quarto è un progetto di allevamento svolto all’interno del villaggio. Quindi mentre nel progetto precedente si è affrontato l’allevamento con riferimento al “maschile” e alle “relazioni con l’esterno”, qui il progetto si inverte di segno. Sono protagoniste le donne e l’interno del villaggio. Infatti, la piccola taglia degli animali allevati si adatta ad un ciclo produttivo svolto interamente all’interno del perimetro del villaggio, permettendo così alle donne di avere la gestione diretta di questa attività economica.

        L’ultimo progetto è di carattere artistico/culturale ed è rivolto ai giovani del villaggio. Il gruppo di artisti promotori del progetto sono delle/dei giovani e giovanissime/i ragazze e ragazzi del luogo.

            Tutti questi progetti sono indubbiamente il risultato della migliore creatività espressa da questa piccola comunità della Comoé, e in quanto tali devono essere intesi come una delle possibili risposte che gli stessi autoctoni hanno saputo elaborare, come reazione alla modernizzazione. La documentazione dimostra chiaramente che la modernizzazione è indubbiamente percepita come imposta dall’esterno. Questo programma di sviluppo rappresenta, invece, un tentativo per mettere in relazione il “prima” e il “dopo” della loro esistenza in modo creativo; cercando di favorire la formazione di inedite unità sociali, potenzialmente estese ben oltre i limiti clanici, che invece caratterizzavano le appartenenze alle comunità tradizionali.

            La storia di questi luoghi ci fornisce un modello straordinariamente complesso di adeguamento ad una modernità imposta dall’esterno; su questo specifico piano, alla vecchia prospettiva del “dover essere” necessariamente moderni in un certo modo, per decisioni prese da altri, si vuole sostituire un “voler essere”  moderni secondo una nuova modalità, basata su un programma d’intervento socio-economico teso a favorire il recupero della perduta autonomia economica e culturale[17].

            Cosa molto importante è che la reazione alla modernizzazione imposta non consiste nel rifiuto della modernizzazione, ma nell’elaborazione di una VIA TRADIZIONALE ALLA MODERNIZZAZIONE. Concretamente questo si è cominciato a realizzarsi con la fondazione della Association Wouol de Bérégadougou (Proiettare Logo), e non è da considerarsi un puro caso che ciò accadde nel 1986: proprio durante il governo di Sankara[18].

            Fate altresì attenzione al termine Wouol: nella lingua tradizionale significa “sostegno”, “solidarietà”, da fornire alle nuove cooperative. L’esperimento sembra essere pienamente riuscito, se si considera che l’Associazione si trova oggi a coordinare le attività di circa 30 cooperative di base, e risulta essere un efficace strumento legale e organizzativo per circa un migliaio di persone coinvolte nella realizzazione dei vari progetti. Quasi tutti questi individui sono contadini bisognosi di tale supporto perché spesso analfabeti. L’Associazione si appoggia su principi della democrazia partecipata e di base – principi questi molto cari a Sankara – tanto è vero che si propone di promuovere un modello di sviluppo per il proprio territorio sensibile alla tutela dell’ambiente e alle fasce sociali più disagiate, e dunque pensando ad un processo di modernizzazione sostenibile in senso pieno, raccogliendo e mettendo a frutto le indicazioni più mature ed innovative di Sankara[19].

            In questo sforzo messo in atto negli anni dagli abitanti di Béréga mi sembra evidente vedere affermata l’eredità politica del nostro Sankara. Quindi come si diceva all’inizio: «Che cosa dobbiamo fare degli estinti, delle creature che ci furono care e che erano come parte di noi stessi?… ci proponiamo di farli vivere ancora CONTINUANDO L’OPERA A CUI ESSI LAVORARONO…».

            Tutte le modalità scelte per operare, tutti i problemi affrontati, tutte le sensibilità dimostrate sono rintracciabili nei discorsi e nella azioni compiute in vita dal nostro eroico Presidente, per questo motivo possiamo affermare energicamente che Sankara è vivo, che possiamo incontrarlo nel volto di ogni protagonista di questo programma, chiunque esso sia: una bambina, un bambino, una donna o un uomo adulto.

 

I morti non sono morti

gli antenati non sono morti.

Ascolta più sovente

le cose che gli esseri.

La voce del fuoco ti parla,

senti la voce dell’acqua,

ascolta nel vento

i cespugli si animano:

è il soffio degli antenati.

Sono nel seno della donna,

sono nel bimbo che vagisce

e nel tizzone che si infiamma.

I morti non sono sottoterra,

sono nel fuoco che si spegne,

sono nella roccia che geme,

sono nell’erba che piange,

sono nella foresta,

sono nella dimora.

I morti non sono morti…

 

Biriago Diop – Sarzan

 

Citato da: Ndjock Ngana (a cura di), Segni e simboli i linguaggi nelle tradizioni africane, Kel ‘Lam, Roma 2006, p. 59.

 



[1] Benedetto Croce, Frammenti di etica, pp. 22-24, cit. da: Ernesto de Martino, Morte e pianto rituale, Torino 1983, p. 4.

[2] Cfr. E. de Martino, op. cit., pp. 346-47.

[4] Cfr. Thomas Sankara, I discorsi e le idee. Introduzione di Paul Sankara. Traduzione di Marinella Correggia. Edizioni Sankara 2003.

[5] Spettro. “Io sono lo spettro di tuo padre… / Se hai amato mai tuo padre… / Vendica il suo orribile e snaturato assassinio”. Amleto. “Assassinio?…”. Spettro. Ascolta, Amleto. / Si è preteso che mentre dormivo nel mio verziere / un serpente mi avesse punto; e così tutti / gli orecchi di Danimarca furono vilmente ingannati / da questo falso racconto della mia morte. / Ma sappilo, figlio mio, il serpente / che ha punto la vita di tuo padre porta ora la sua corona.

Shakespeare, Amleto. Traduzione di Eugenio Montale. Saggio introduttivo di Anna Luisa Zazo, Milano 2004.

[6] È notorio che subito dopo la morte fu avviata una politica tesa alla damnatio memoriae di Sankara. Mentre, al contrario, all’estero si assisteva alla diffusione del suo pensiero e delle sue gesta.

[7] Sull’argomento esiste una bibliografia sterminata, qui mi limito a segnalare: Augé Marc, Il senso degli altri, Torino 2000. Gruzinski Serge, La colonizzazione dell’immaginario, Torino 1994. Wachtel Natham, La visione dei vinti, Torino 1977.

[8] Naturalmente la questione dei “limiti” è posta dal sottoscritto nella prospettiva di indagare quanto la rivoluzione sia stata efficace nel promuovere il trasferimento dei poteri alle comunità di base, nel decentramento e nel favorire forme sperimentali di autogoverno. Cfr. John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della rivoluzione oggi, Edizioni Intra Moenia 2004. John Holloway, Che fine ha fatto la lotta di classe?, Manifestolibri 2007.

[9] T. Sankara, op. cit., p. 23.

[10] Bérégadougou è un piccolo centro cittadino del Burkina-Faso di circa cinquemila abitanti. Uno Stato che vanta il triste primato di essere considerato come uno dei paesi più poveri dell’Africa e del mondo, con una superficie di circa 274.000 Kmq, situato a Sud-est del Sahel, il deserto che su di esso avanza lentamente ma inesorabilmente ogni anno, riducendo sempre di più l’area fertile e coltivabile del paese. Compreso tra il decimo e il quindicesimo parallelo Nord, dista più di 700 Km dalle rive africane sull’Oceano Atlantico; confina a Nord e ad Ovest con il Mali, a Sud-ovest con la Costa d’Avorio, a Sud con Ghana, Togo e Bénin, ad Est con il Niger. Il nostro “villaggio” si colloca al centro della regione sud-occidentale posta al confine con la Costa d’Avorio: chiamata Comoé, a tredici chilometri da Banfora il capoluogo della regione.

[12] Cfr. Antongini Giovanna-Tito Spini, Il cammino degli antenati, Bari 1981. Herbert P.B., Deux peuples frères: les Gouins et les Turkas, Ronéotype, S.L. N°1 pp. 29, (C.E.S.A.O.). Kabore Roger Bila, Histoire politique du Burkina-Faso 1919-2000, Paris 2002. Ouedraogo Jean-Bernard, Formation de la classe ouvrière en Afrique Noire, Paris 1989. Vassallucci Jean-Louis, Gbafo Kù, Aix-en-Provences 1988.

[13] Maria Antonietta Visceglia, La città rituale, Roma 2002.

[14] Maiello Francesco, Storia del calendario, Torino 1994.

[15] Ernesto de Martino, Morte e pianto rituale, Torino 1983. Philippe Ariès, Storia della morte in occidente, Milano 1998.

[16] Pur nutrendo profonde perplessità circa un approccio dogmatico al concetto dell’oggettività scientifica, rimango comunque in parte tradizionalista nel ritenere che “l’oggettività scientifica si conquista per entro una originaria motivazione trasformatrice, e se è vero che la efficacia della volontà di trasformazione trae alimento dal progresso della oggettivazione scientifica, è anche vero che si tratta di due momenti rigorosamente distinti…” (p. 35) sono quindi del parere che è sempre salutare e doveroso evitare di sovrapporre e confondere i due ambiti. Essendo inoltre un convinto sostenitore del principio per cui “la ricerca storiografica possa conquistare la sua oggettività solo se stimolata da problemi di trasformazione della realtà presente, nei quali lo storico e la sua epoca sono impegnati…” (p. 39): devo ricordare – coerentemente con questi principi teorici, convinzioni etiche e promesse fatte – che ormai da molto tempo sono impegnato a trovare uno sbocco concreto a questi – a mio personale giudizio – importantissimi progetti per la comunità del villaggio. Tutte le citazioni riportate in questa nota sono di: Ernesto de Martino, La terra del rimorso, Milano 1994.

[17] Per chi avesse voglia e tempo di approfondire l’argomento, qui riassunto per sommi capi, rinvio a: http://dspace.uniroma2.it/dspace/handle/2108/365, p. 205 sgg.

[18] Ivi, p. 208.

[19] Tutti i progetti qui presi in esame prevedono solo un breve ciclo triennale di finanziamenti. Infatti per ognuno di essi l’obiettivo e di approdare, alla conclusione del ciclo, alla completa autonomia economica e gestionale. È recepito in questo modo uno dei motti fondamentali di Sankara, quello famoso che recita: l’aiuto deve aiutare a eliminare l’aiuto. Cfr. Marinella Correggia, Campagne sankariste e l’attualità di Sankara, in: T. Sankara, op. cit., pp. 105 sgg.

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