L’8 ottobre 1987 a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, si rende omaggio a Ernesto Che Guevara, nel ventesimo anniversario della sua morte. Sono gli ultimi giorni della rivoluzione burkinabè, spezzata come molte altre nella storia con l’uccisione del suo laeder, Thomas Sankara, colpevole di aver osato sfidare il sistema di oppressione e sfruttamento e di aver criticato la politica criminale in Africa e in Medio Oriente di Stati Uniti, Francia, Sud Africa e Israele. Troppo per un capo di stato di un piccolo paese dell’Africa subsahariana. Da quattro anni durava l’esperimento burkinabè, nato dalla volontà di ridare speranza e dignità a un paese e un continente saccheggiato e martirizzato per secoli. Quattro anni in cui nell’ex Alto Volta si cercò, invano, di consolidare una rivoluzione che potremmo definire più che in ogni altro modo, antimperialistica. Erano stati creati i Comitati di difesa della Rivoluzione e molte strutture analoghe a quelle sperimentate negli stessi anni a Cuba e nel Nicaragua sandinista.

Sankara commemora il Che, consapevole del sacrificio del rivoluzionario argentino, che prima di trovare la morte in Bolivia era stato nove mesi in Congo per cercare di risollevare le sorti del paese dopo l’assassinio di Patrice Lumumba. Erano i paesi africani le “altre terre che reclamano il contributo dei miei modesti sforzi”, come scrisse nella Carta de despedida, letta da Fidel Castro all’Avana nell’ottobre del 1965. Ecco spiegata la sua insistenza sulla situazione in Congo come paradigma della volontà dei paesi ricchi di continuare a sfruttare impunemente il Sud del mondo, anche dopo aver concesso alle ex colonie l’indipendenza.

Dopo vent’anni, Sankara sostiene che la sorte riservata ai paesi poveri è “la perpetua mendacità come modello di sviluppo”. In altri anni in cui si manifestava un attrito tra Cina e Unione Sovietica sulla politica da adottare verso i paesi del Terzo mondo, Guevara scelse di stare vicino alle vittime secolari della dominazione straniera e, dopo aver criticato nel corso del suo intervento ad Algeri, nel febbraio 1965, la posizione di Mosca, sparì nel nulla per cercare di ripetere le gesta della Sierra Madre nella giungla congolese. La carica di ministro dell’Industria, ormai non faceva più per il suo animo ribelle.
Anche Sankara, rivendicò sempre autonomia dall’Unione Sovietica, accusata di non fare abbastanza per i paesi del Terzo mondo, e denunciò l’aiuto “scandalosamente insufficiente” fornito alla lotta di liberazione dei popoli ancora oppressi: “Per quello che rappresentiamo per l’intera Africa non capiamo questa politica, questa mancanza di interesse, questo rifiuto ad aiutarci da parte di chi dovrebbe farlo. Loro dovrebbero essere dalla nostra parte”.

Nell’ottobre del 1986 Sankara si recò a Mosca: si disse ammirato della Rivoluzione d’ottobre, della sincera volontà di Gorbaciov di risolvere le lacune del sistema socialista. Però invocando la specificità e l’originalità dell’esperienza burkinabè, dichiarò: “La vostra rivoluzione deve molto all’inverno, ma da noi non c’è l’inverno”. Anche il Che aveva sempre sostenuto la necessità di tenere le dovute distanze del blocco socialista e, all’inizio del 1965, così aveva tuonato ad Algeri: “I paese socialisti sono in un certo modo complici dello sfruttamento imperialistico”.

Un centinaio di cubani si recarono quindi volontari a combattere contro l’imperialismo, che all’inizio degli anni ’60 nell’ex Congo belga si manifestava in tutta la sua crudeltà, poco prima dell’aggressione al Vietnam, dove l’intervento straniero avvenne sotto forma di armi e mercenari, tra cui anche cubani veterani della Baia dei Porci e soldati di Rhodesia e Sudafrica. E l’imperialismo, già individuato da José Martì alla fine dell’Ottocento come un pericolo mortale per le piccole nazioni dell’America latina, secondo Guevara, era addirittura “il nemico del genere umano”. Sankara riporta alla tragicità della situazione africana negli anni ’80 il concetto: “L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che vengono con dei cannoni a occupare un territorio, ma più spesso si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente a un pugno di uomini sulla terra di dirigere tutta l’umanità”. E chi combatte il sistema ha vita difficile.

Quando Samkara si recò all’Avana, espresse piena solidarietà alla rivoluzione cubana e, soddisfatto, affermò, davanti a Fidel Castro e Armando Hart: “Noi sappiamo che avremo sempre l’appoggio del popolo rivoluzionario di Cuba e di tutti quelli che hanno abbracciato gli ideali di José Martì”.

Il Burkina Faso e Cuba avviarono una cooperazione in campo agricolo, educativo e sanitario: macchinari per la coltivazione furono inviati a Ouagadougou, medici cubani lavoravano negli ospedali del Burkina Faso, giovani burkinabè studiavano nelle scuole cubane grazie alle borse di studio concesse loro dal governo all’Avana.
Il Burkina Faso fu vicino anche a un’altra rivoluzione che prese il potere anche negli stessi anni: il Nicaragua del Fsln. Che nel 1979 aveva posto fine alla sanguinaria dittatura di Somoza e stava cercando di costruire una società più giusta. In visita a Managua, Sankara che ben conosceva la pericolosità di non soggiacere ai dettami statunitensi (era salito al potere negli stessi mesi in cui a Grenada perdeva la vita Maurice Bishop), esclamò: “Triste Nicaragua, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti: sì, in queste condizioni è proprio difficile vivere liberi”.

Sankara non poteva non ammirare il tentativo del Che di creare solidi legami tra i paesi africani che negli anni ’60 si opponevano all’ingerenza straniera: l’Algeria di Ben Bella, prima del colpo di stato del 19 giugno 1965 che portò al potere Boumadienne; l’Egitto di Nasser; il Ghana di N’krumah; il Senegal di Sénghor; la Tanzania di Nyerere. Sankara non poteva non ammirare lo stoicismo del Che nella sua lotta quotidiana contro l’asma, contro il paludismo e contro la dissenteria. Pur tra mille difficoltà, Guevara riuscì a consegnare una lettera a Winnie Mandela perché la consegnasse al marito, recluso nelle galere sudafricane, dove rimarrà altri venticinque anni. Le sue parole sono pungenti come sempre: “Nelson Mandela in prigione è mille volte più libero, mille volte più felice di quelli che fuori sono consumati dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo o, peggio, servono gli interessi dei nemici del popolo, soprattutto dell’imperialismo arrogante del nostro tempo”.

Ed era l’imperialismo arrogante, senza pudore né limiti che si stava combattendo nel 1965 in Africa centrale. Guevara, sempre nella Carta de despedia scritta a Fidel Castro, lo aveva ricordato: “Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo e la sensazione di assolvere al più sacro dei doveri: combattere contro l’imperialismo dovunque esso sia”.

Tatu Muganda (così era chiamato il Che in Congo: in swahili Tatu significa “tre”, Muganda “dottore”) si divideva tra la cura degli ammalati e dei feriti, l’educazione e le azioni di vera guerriglia. I suoi sforzi risultarono però vani: il ritiro dalla regione avvenne senza aver portato a termine nulla di concreto. “Creare, due, tre, molti Vietnam”, ripeteva Guevara, che indossati di nuovo i vestiti del Che, cercò di far scoppiare un altro Vietnam nella selva boliviana, dove troverà la morte.

Nel discorso dell’8 ottobre 1987 Sankara però ricorda: “Le idee non si possono uccidere; le idee non muoiono. Ecco perché Che Guevara, incarnazione delle idee rivoluzionarie e del sacrificio di sé, non è morto… Che Guevara, argentino di nascita, ma cubano per l’impegno e il sangue che egli sparse per il popolo cubano, fu soprattutto cittadino del mondo libero – il mondo libero che insieme vogliamo costruire. Ecco perché Che Guevara è anche africano e burkinabè”.

Carlo Batà

Fonte : http://revolucionyhumanismo.blogspot.com/2012/01/thomas-sankara-un-revolutionnaire.html

Vedi anche “L’africa Di Thomas Sankara. Le Idee Non Si Possono Uccidere” un libro de Carlo Batà http://thomassankara.net/?p=277

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