di: Andrea Genovali

Ai tremila esseri umani che ogni ora perdono la vita, abbattuti da un’arma formidabile chiamata fame” (Sankara)

Venticinque anni fa veniva assassinata l’ultima rivoluzione del Novecento e con essa anche il suo leader e padre per mano del suo braccio destro, e ancora corrotto padrone del Burkina Faso, Blaise Camporè. La rivoluzione era quella compiuta da un giovane militare dell’Alto Volta, il cui nome era Thomas Sankara. Sankara era un militare perché quello era l’unico modo per un giovane non abbiente di poter studiare e progredire e Sankara colse al volo questa unica opportunità. E durante i suoi anni di governo i militari lavorano le terre, scavarono pozzi e non avevano più nessuno dei privilegi di cui avevano goduti in passato. La rivoluzione a cui dette vita cambiò il nome del suo paese e lo trasformò nel “paese degli uomini integri” vale a dire Burkina Faso. Ma non fu quello il particolare più importante di quella rivolta scoppiata nel 1983 in terra d’Africa. Una rivoluzione che parlava ai popoli del sud della terra, ai diseredati ma anche a noi popoli del nord e dell’occidente del pianeta. E il suo messaggio era dirompente perché accompagnato dal suo esempio e da quello del gruppo dirigente che propugnò la rivolta. In soli quattro anni Sankara rimise sui piedi il paese fino allora affamato e sfruttato. Il suo primo obiettivo era: due pasti e dieci litri di acqua al giorno per tutti. E vi riuscì. Nessuno prima di lui e dopo di lui ci riuscirà. Egli propose al paese un processo economico e sociale partecipativo, indipendente, egualitario che condusse i contadini, le donne, i poveri del paese a cambiare profondamente il proprio modo di pensare e di agire. La parola d’ordine che Sankara si inventò, e attuò, fu: “Osare inventare l’avvenire” un messaggio rivoluzionario dirompente. Pensiamo cosa potrebbe produrre ancor oggi quel messaggio se, ad esempio, noi italiani avessimo il coraggio di osare inventarci un futuro altro rispetto a quello che i vergognosi venti anni di Berlusconi e oggi dell’insopportabile semi autoritarismo del governo Monti ci hanno imposto. Sankara denunciava con vigore che il pericolo più grande dell’imperialismo non era quello del ricorso alle armi, alla sola violenza fisica, per lui uno dei pericoli maggiori era la capacità perversa dei media di inculcare nelle menti dei popoli i disvalori dell’egoismo capitalista. Anche questo un processo molto familiare in Italia!

Il sankarismo fu un coacervo interessante fra marxismo, illuminismo, storicismo su cui si innestava la teologia della Liberazione dentro la tradizione africana, per dirla con il professor Alessandro Aruffo. Certamente non era un ortodosso ma un pragmatico che agiva alla luce dei suoi ideali e quello rimase nel corso della sua breve vita. Fu chiamato, oltre a epiteti volgari, il presidente dei contadini perché assunse il loro punto di vista, le loro necessità ed esigenze come il faro di riferimento della sua azione. I contadini erano da sempre dimenticati e annichiliti dalle tradizioni feudali e dalla barbarie dello sfruttamento anche se rappresentavano il 90% della popolazione dell’Alto Volta. I brevi anni rivoluzionari furono importanti per quei contadini anche se poi il ritorno della reazione li ricaccerà nelle miserrime condizioni in cui ancor oggi vivono. Anche perché chi organizzò il complotto lo fece nel momento giusto quando cioè la rivoluzione si stava avviando verso un punto di non ritorno e il colpo di stato permise ai militari traditori di bloccare il consolidamento del processo di presa di coscienza dei contadini.

Sankara evidenziava come lui e il governo rivoluzionario non potevano essere gli amministratori ricchi di un popolo povero. E per questo tagliò e annullò privilegi e lussi. Via le auto blu, voli in classe economica, alberghi di infimo ordine per lui e i suoi ministri quando viaggiavano. Combatté una lotta senza quartiere contro la corruzione, i privilegi e gli abusi delle classi ricche, della burocrazia e dei governanti. Quando delle delegazioni internazionali si recavano in Burkina Sankara le accoglieva con calore ma senza sfarzo. Portava i delegati internazionali, fossero essi deputati, ministri, ambasciatori in giro per il paese in auto normali e li faceva incontrare con la popolazione locale sotto gli alberi di una piazza polverosa lontano dalle comodità degli uffici eleganti, freschi e profumati. Sankara giustificava questo con il fatto che lì dove egli li portava c’era il suo paese, il suo popolo che non poteva essere rappresentato dai funzionari e dalle elites. E Sankara riuscì a compiere questa politica fino a quando non lo ammazzarono. Ma anche questo è un messaggio dirompente perché immaginiamo cosa potrebbe accadere se noi italiani ci ribellassimo veramente alle politiche inique del governo Monti, alla sua ideologia liberista, uguale a quella di larga parte dei governi europei che scaricano sui lavoratori e sui ceti meno abbienti i disastri delle loro azioni condannandoci a sacrifici enormi per permettere la prosecuzione dei loro privilegi e di quel sistema capitalistico che è la causa del disastro in corso. Credo che il messaggio, il rigore, la generosità e la sobrietà di Sankara dovrebbero ispirare anche il popolo italiano che oggi appare incapace di prendere in mano il proprio destino strappandolo ai banchieri, ai baroni universitari, ai grandi interessi speculativi.

L’Italia, la Spagna e gran parte dell’Europa hanno deciso di massacrare i propri popoli per conservare e tutelare gli interessi delle banche e delle lobbies più influenti. Noi oggi siamo strangolati da manovre inique che hanno il solo fine di rasserenare il FMI, le banche tedesche e poco altro. In Italia abbiamo avuto perfino il coraggio e la sfrontataggine di inserire il pareggio di bilancio in costituzione e di genufletterci ai potentati europei per rassicurarli che pagheremo il nostro debito. Sankara fra il 1983 e il 1987 decise che quel debito era una rapina e un delitto nei confronti del suo popolo e lo annullò in modo unilaterale. Si rifiutò poi di sottoscrive un protocollo con il FMI, cosa che noi facciamo regolarmente, al fine di risanare il debito. Sankara rispose che il problema economico del Burkina lo avevano già risolto da soli senza mettersi più un cappio al collo e dare un calcio allo sgabello su cui erano in piedi. Un risanamento che fu un insieme di politiche di rigore, tagli ai privilegi e che venne applicato in primo luogo sulla sua persona e il suo governo. Attraverso questo esempio egli lanciò la campagna per non pagare il debito estero, per il disarmo internazionale, il mutuo soccorso fra i paesi del sud. Fu in molti casi un anticipatore di processi che si concretizzeranno una decina di anni dopo. Sankara coniò un altro motto che rimane di straordinaria efficacia anche oggi nella palude di una cooperazione internazionale abbandonata a se stessa oppure sovvenzionata perché embedded rispetto agli interessi imperialistici dei paesi europei e degli Usa. Sankara affermò che egli avrebbe accettato solo: “L’aiuto che aiuta a fare velocemente a meno degli aiuti”, vale a dire quello che non serve alle imprese del nord del mondo, ai carrozzoni umanitari che con gli stipendi mensili pagati agli esperti si potrebbero aprire decine di scuole, ospedali ecc.. E questa sua politica gli costò la simpatia di molti cooperanti prezzolati che si disinteressarono del Burkina perché lì non potevano rubare niente. A molti, inoltre, dava un enorme fastidio che un capo di stato andasse in giro in biciletta o in Renault 4 senza scorta, con una vera sobrietà che è ben diversa da quella paludata dei multimilionari che dirigono oggi il governo del nostro paese. Fu per questo che il popolo del Burkina accettò sacrifici e privazioni perché i suoi governanti soffrivano come loro e, inoltre, da quei sacrifici scaturivano politiche sociali tangibili che, per la prima volta, miglioravano sensibilmente le strutture di assistenza medica, scolastiche, per gli anziani. Politiche per l’emancipazione della donna, che Sankara reputava una delle conquiste fondamentali per far vivere e progredire il processo rivoluzionario. Si costruivano poi acquedotti, case popolari con alberi e, solo per fare un ultimo esempio, si imbastì una campagna serrata e ben organizzata per combattere l’avanzata del deserto.

Ma tutto questo era un esempio intollerabile per i paesi imperialistici e le multinazionali. Non potevano infatti tollerare che nel 1987 ci fosse un dirigente africano che in soli 4 anni aveva messo il proprio paese in una condizione inimmaginabile per l’Africa e non solo. Egli aveva dimostrato che senza il cappio al collo delle multinazionali, del FMI e delle politiche liberiste anche i popoli africani potevano conquistare il proprio benessere senza più essere schiavi di nessuno. Era un esempio pernicioso, anche per le corrotte elites borghesi e militari al governo di molti paesi africani, che andava eliminato per evitare il rischio che il destino di quel continente cambiasse e per la prima volta a favore dei popoli. A questo pensò il suo braccio destro e, personalmente, a me disgusta che oggi quasi nessuno si ricordi o, peggio, neppure sappia, o faccia finta di non sapere per interesse, che la mano criminale che uccise Sankara fu armata e diretta dall’attuale presidente. Voglio concludere con una bellissima frase di un giornalista malgascio che scrisse: “E’ morto Sankara, un presidente non come gli altri. E’ stato forse un incidente della storia. Però, un incidente felice”.

Andrea Genovali

Fuente : http://www.oltre-confine.it/index.php?option=com_content&view=article&id=278:thomas-sankara-un-rivoluzionario-dafrica-&catid=34:news

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