Home Italiano ANALISI L’eredità sportiva di Thomas Sankara

L’eredità sportiva di Thomas Sankara

scritto da:

La passione per lo sport del leader panafricano ha segnato il Burkina Faso.

L’etimo di alcuni nomi, soprattutto se assegnati ex-post, rappresenta una sorta di manifesto programmatico. L’Alto Volta, una terra nel Nord-Ovest africano, diventa libero tra il 1958 e il 1960, attraversando la transizione da colonia francese a nazione “indipendente”, ma questo è solo quello che trasparisce leggendo cronistorie distanti dal fatto. Effettivamente, l’Alto Volta non si libera dell’eredità coloniale fino ai primi anni ’80. “Quella che noi chiamiamo rosa sarebbe profumata allo stesso modo con qualunque altro nome”, decantava Shakespeare, per spiegare che il nome è solo un codice convenzionale, un velo trasparente; ma per scrollarsi di dosso certi fantasmi e cambiare pelle bisogna dichiararlo apertamente.

Alto Volta è il nome del fiume che oltrepassa lungo il Paese: una caratteristica geografica, una risorsa naturale, tutto ciò che interessava ai coloni. “Burkina Faso” significa “la terra degli uomini integri” ed è il nuovo nominativo assunto dall’Alto Volta nel 1984, che contestualmente cambia anche bandiera e inno nazionale. La figura dietro questa rivoluzione culturale è Thomas Isidore Noël Sankara, il più importante patriota della storia burkinabè. Gli “uomini integri” su cui Sankara progetta di modellare il suo Paese sono hombres verticales in tutto e per tutto, quindi anche sportivi: nei pochi anni al governo del Burkina, per il giovane leader del Paese, la pratica sportiva giocherà un ruolo fondamentale sia a livello sociale che politico.


Gli albori


 

Prima dell’ascesa di Tom Sank, la programmazione sportiva lasciava molto a desiderare nel Paese. Ci sono poche e disordinate testimonianze, perlopiù legate ad episodi specifici. La visita di Fausto Coppi, ad esempio, nel dicembre 1959, che sarà poi fatale al campionissimo: atterrato ad Ouagadougou per una gara-esibizione, contrarrà la malaria che lo porterà alla morte meno di un mese dopo. Nel suo Coppi ultimo, Marco Pastonesi descrive con dovizia di particolari lo scenario che il piemontese si trova di fronte.

“La terra qui è solo rossa […] è anche tetti di lamiera e muri, pareti, croste di argilla […] è strade sterrate e rosse, campi da tennis senza reti e senza strisce”.

Un panorama arido, che non lascia spazio a immaginazioni. La (scarsa) tradizione ciclistica è ovviamente ereditata dai francesi:

“A correre più europei che africani. I bianchi qui a lavorare, con tanto di bicicletta, e dunque a correre, i neri no, senza bici e spesso senza lavoro, a guardare” racconta Zabre Kouka, all’epoca 18enne, a Pastonesi.

 

In Burkina Faso la bicicletta è cultura allo stato puro

Solo dalla metà degli anni ’50 in poi i primi africani cominciarono a correre: Sanu Moussa, pioniere del ciclismo burkinabè, sconfisse Coppi in un circuito corso il 13 dicembre (anche se l’italiano gli lasciò la vittoria) e vinse una Citroen, messa in palio dallo sponsor della corsa. Calcisticamente parlando la situazione non è molto diversa. Il pallone arriva nell’Alto Volta verso la fine degli anni ’40, e le prime squadre formate da calciatori cominciano a giocare in campi con porte fatte da muri di paglia e prevalentemente a piedi nudi. Divenuto indipendente, l’Alto Volta si unisce alla FIFA e alla CAF nel 1964: le prime competizioni in cui si fa notare sono i giochi Panafricani del 1973 in Nigeria, in cui gioca un calcio apprezzato dai critici ma esce al primo turno, e la Coppa d’Africa del 1978 (prima partecipazione), anche qui tuttavia fuori al primo turno.

Comincia a formarsi in quegli anni il mito de Les Ètalons, gli Stalloni: così vengono chiamati i calciatori della selezione, in onore della leggendaria principessa Yennenga, matriarca dei Mossi -una delle due etnie in Burkina Faso- che è spesso raffigurata in sella a un cavallo. Queste vicende sono solo i primi segnali di un sentimento crescente nel Paese.


Le abitudini di Sankara


 

Dopo un lungo percorso da ministro e una detenzione di breve durata, Sankara arriva alla presidenza il 4 agosto 1983, al termine di una sollevazione popolare ai danni del presidente Jean-Baptiste Ouédraogo. Una data che ancora oggi è impressa nella storia del Paese: ne è una dimostrazione lo Stade du 4 âout 1983 della capitale Ouagadougou, che dispone di 35mila posti e venne inaugurato il 28 luglio successivo. Avvicinatosi allo sport durante il suo periodo di addestramento ad Antsirabé, in Madagascar, durante il quale cominciò a praticare calcio, ciclismo e rugby, Sankara era anche amante delle due ruote, motrici e non.

Si narra che in netta risposta ai lussi sfrenati degli uomini dell’esercito si presentò alla prima seduta di governo in bicicletta, unico strumento che utilizzava per gli spostamenti cittadini. Era un cultore delle moto: indossava un abbigliamento propenso alla guida in moto (ed era molto rigido su questo) e formò una guardia personale di motocicliste che lo accompagnava nei suoi spostamenti lungo tutta la nazione. Tra le sue abitudini, vi era anche quella di dedicare una parte della giornata alla corsa, da solo, nelle strade di Ouagadougou.

Thomas Sankara è stato tra i leader panafricanisti più rilevanti della Storia


Lo sport, strumento di festa e dialogo


 

Ma il suo contributo non si fermò solo alle abitudini personali. Tutt’altro: Sankara seguiva sì il vecchio adagio “mens sana in corpore sano” ma vedeva l’attività fisica anche come un aggregatore fondamentale per rinforzare un tessuto sociale sfilacciato a causa delle grosse differenze tra i centri urbani e quelli rurali.

“Un popolo sportivo è un popolo sano e produttivo”, dichiarò l’allora presidente.

Fino ad allora il Burkina Faso non aveva avuto né un ministero sportivo né un piano dedicatovi: Henri Zongo, che fece parte dei rivoluzionari del 4 agosto, fu nominato ministro dello sport e venne istituita una rete di sottocomitati locali, formata ognuna da dieci garanti che garantivo lo svolgimento dell’attività sportiva. Ci fu anche un grosso investimento strutturale: 7000 nuovi campi da gioco (uno per ogni villaggio circa) e 30 stadi multidisciplinari furono costruiti nel corso di poco più di un anno.

In occasione del primo anniversario della rivoluzione, diverse furono le celebrazioni nazionali: oltre alla già citata inaugurazione dello Stadio nazionale, che fungeva da anticipazione dei festeggiamenti. Tornei di calcio e incontri di boxe furono organizzati all’interno del nuovo gioiello burkinabé, ma il piatto forte consisteva nella Roue du Souroue, una breve corsa a tappe in una provincia a Nord del Paese: 478 kilometri percorsi in 4 diverse gare. Un evento preceduto da una simbolica gara ciclistica tra tutti i membri di Governo, vinta, ovviamente, dal Presidente. Le competizioni sportive “di gabinetto” erano una costante per Sankara e i suoi: voleva che almeno una volta alla settimana facessero sport e giocassero a calcio insieme.

 

Una visuale dall’esterno dello Stade du 4-Août

In un’intervista rilasciata a L’Autre Journal nel 1986, Sankara spiega la dinamica terapeutica e distensiva di questa abitudine.

“Tutti i sabato mattina, i membri del governo fanno sport. I ministri ci credono. Il ministro della Difesa palla al piede, la passa al ministro della Salute, attenzione il ministro degli Affari familiari arriva, e la cede al ministro del Bilancio, e pam! Il ministro della Giustizia recupera, e quello dell’Agricoltura che salta… Lunedì, son tutti più distesi. Durante il Consiglio dei ministri, si parla diversamente”.

Su YouTube si può ancora trovare un video in cui Sankara gioca a calcio con i suoi colleghi; nell’intervista del “post-partita” lo si sente spiegare come sia difficile “andare su una Harley-Davidson a più di 100 orari se le gomme sono in quelle condizioni”: riemerge ancora una volta la sua passione motociclistica.


Il programma e l’arma politica


 

Consapevole delle potenzialità politiche dell’attività sportive, il “Presidente ribelle” non tardò ad utilizzarle. Boicottò le Olimpiadi di Los Angeles del 1984 poiché voleva prendere le distanze dagli USA, che ospitavano quei giochi, e soprattutto dalla Gran Bretagna, che appoggiavano il regime per l’apartheid in Sud Africa: in particolare, gli atleti inglesi furono disprezzati poiché giocarono un Tour pre-olimpico nel Paese africano allora sotto il controllo britannico e olandese. Laurent Dona Fologo, uno dei ministri del primo governo ivoriano indipendente, racconta un simpatico aneddoto che coinvolse Sankara:

“Ci fu un convegno tra i ministri burkinabé e i ministri dello sport degli altri Paesi africani francofoni: lui era l’arbitro. Il primo gol fu segnato dai suoi connazionali. Provammo a pareggiare in ogni modo, ma non arrivò al gol. Poco prima del fischio finale, con la palla a metà campo, fischiò un penalty a nostro favore…che ci permise di segnare. Pareggio”.

Il programma sportivo si sviluppò sempre più approfonditamente. Ogni funzionario statale doveva essere ben allenato, tanto che per ognuno c’era una tabella aggiornata ciclicamente con alcuni risultati, ad esempio nella corsa. Nel secondo anniversario della rivoluzione, il “Che africano” dichiarò:

“Poiché vogliamo una società sana e solida nello spirito e nel corpo, lo sport continuerà ad essere al centro di tutte le preoccupazioni dello Stato. Ogni funzionario statale sarà giudicato anche secondo le sue abilità sportive e in base al suo interesse per lo sport, che giocherà un ruolo fondamentale nella sua carriera. Dobbiamo provare a superare noi stessi in ogni prova, lo sport forgerà il nostro spirito combattivo.”.

Fidel Castro e Thomas Sankara: un asse rivoluzionario che ha attraversato l’Oceano Atlantico

Tale modus operandi non era ben visto da alcuni colleghi di Sankara, che però dietro questo disprezzo nascondevano ben altre motivazioni. Tuttavia, il Capitano burkinabè proseguì imperterrito a plasmare la sua nazione tramite il mezzo sportivo. Nel dicembre 1986, quasi un anno prima del suo assassinio, si esprimeva così in una conferenza stampa:

“L’attività sportiva in sé è una vittoria: una vittoria sui nostri istinti di pigrizia e mollezza. Una lotta contro la paura di perdere […] l’inattitudine totale di ciascun individuo verso la pratica sportiva equivale all’inattitudine totale di quest’ultimo a servire il popolo nella Funzione pubblica.”

In una dichiarazione del 1985, invece, parla apertamente del valore sociopolitico dello sport: “Non è solo un crogiolo di intrattenimento. Ci aiuta a cancellare tutte le nostre divisioni economiche e spinge tutti: ragazzi e ragazze, a guardare all’assoluta necessità di unificare le nostre fila per portare a termine la missione di ciascuno. Lo sport come strumento sociale, la cui pratica non è solo motivata da semplici desideri o capricci, ma soprattutto da fattori politici ed economici”. Il caso, o forse no, vuole che la congiura ai suoi danni avvenisse – secondo una delle versioni accreditate – proprio mentre si stava recando a giocare una partita.


Cosa è cambiato da allora


 

La rivoluzione sportiva di Sankara ha avuto un gran effetto. Dal 1987 si corre ogni anno il Tour de Faso, una corsa a tappe dilettantistica che ha luogo a novembre. Corsa a metà tra asfalto e sterrato, sebbene il basso rilievo nel calendario ciclistico, è stata vinta nel corso degli anni anche da Maarten Tjallingii, ex ciclista olandese specialista su terreni incidentati. Anche la nazionale ha avuto un discreto salto di qualità: se fino agli anni ’80 il miglior risultato era stato il primo turno raggiunto nel 1978, da allora la nazionale ha raccolto un 4° posto (nel 1998, edizione di casa), un 2° nel 2013 e un 3° nel 2017.

Un movimento in ottima salute, che oggi può vantare giovani calciatori interessanti come i difensori Tapsoba del Bayer Leverkusen e Issa Kaboré (di proprietà del Manchester City, attualmente in prestito al Mechelen), il centrocampista Bryan Dabo, ex SPAL e Fiorentina attualmente in forza al Benevento, e gli attaccanti Bertrand e Lassina Traorè, rispettivamente all’Aston Villa e all’Ajax.


Il Sankara FC, una splendida utopia


 

Si trovano tracce indelebili di Sankara anche al di fuori del Burkina Faso. Nasce infatti a Viareggio nel 2017 il Sankara FC, una squadra iscritta al campionato UISP di calcio a 7 con sede a Viareggio.

“Il progetto nasce con l’idea di replicare il modello di una squadra di rifugiati che già si era insediato in altri Paesi, ma con una particolarità: in questo caso, la squadra sarebbe stata un ibrido tra rifugiati e italiani” ha dichiarato a Contrasti Stefano Piccolomini, tra i soci fondatori di questa squadra. “Tramite il Progetto SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) dell’ARCI (Associazione Ricreativa e Culturale Italiana, in cui Stefano lavora, nda) i ragazzi non sono richiedenti asilo ma titolari di protezione. Così ricevono sostegno per la ricerca di un lavoro e corsi di formazione, anche di lingua”.

Questo progetto è attivo dal 2013 e vi fanno parte ragazzi dai venti ai trent’anni provenienti da ogni parte dell’Africa, e non solo: Senegal, Guinea, Camerun, Costa d’Avorio, Pakistan e anche lo stesso Burkina Faso. Tuttavia, dopo un po’ si sono resi conto che la semplice integrazione lavorativa non bastava. “La squadra è un collante sociale per loro ma anche per noi: il gruppo misto evita che ci sia una sorta di “ghettizzazione di ritorno” per loro, che interagiscono tra loro ma anche con noi. Alcuni abitano assieme e hanno creato un bel rapporto anche fuori dal campo, legandosi al nostro gruppo: anche quando sono ormai usciti dallo SPRAR, diversi decidono di rimanere in squadra, come il nostro attuale capitano”.

La maglia del Sankara FC

Il motivo che ha portato alla scelta del nome è presto detto: “Thomas Sankara è un’icona comune per tutti gli africani, il principale simbolo del panafricanismo. Se magari qualcuno può non conoscere Che Guevara, sicuramente conosce Sankara”. Un richiamo all’accoglienza per i rifugiati, ed una figura attraverso cui educare anche i viareggini: sono state fatte nel corso degli anni presentazioni e manifestazioni per far conoscere le sue gesta, e il progetto è attivo anche tramite una web radio, Radio Sankara appunto, nata a marzo 2020 e che alterna puntate più leggere ad altre in cui si trattano argomenti impegnati e delicati. Un progetto che vuole rimanere coerente fino in fondo: lo sponsor tecnico sulle magliette del Sankara FC è Rage Sport, un marchio nato a Caserta che veste il calcio popolare (tra le sue squadre anche l’Afro Napoli United, gli RFC Lions, lo United Glasgow e soprattutto il Clapton FC, una squadra londinese che ha commissionato alla Rage una maglia ispirata al logo del Frente Popular subito diventata virale).

Il marchio campano si rivolge a una fabbrica i cui operai sono tutti regolarmente assunti con un contratto di lavoro, produce maglie con tessuti ecosostenibili e con i proventi delle stesse finanzia progetti sociali: con l’MFC Parigi, ad esempio, ha deciso di finanziarie una biblioteca itinerante per i bambini palestinesi a Betlemme. Una splendida utopia, un progetto che racchiude valori che oltrepassano tempo e spazio e si fanno strada. Perché, come diceva Tom: “Mentre i rivoluzionari in quanto individui possono essere uccisi, nessuno può uccidere le idee”.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

X
X
X