Spettacolo registrato il 27 marzo 2009

presso il Circolo Arci Stranamore di Pinerolo (Torino – Italia)

Andrea Ughetto, voce narrante, flauto, pianoforte

Daniele Ughetto, basso elettrico

Daniele Bertone, batteria e percussioni

Contatti:

Andrea Ughetto, Via del Pino 34 10064 Pinerolo (TO) Italia

tel: +39 331 958 6055 [email protected]

Presentazione

‘The fire next time’ è una performance di voce e musiche su Thomas Sankara.
Iniziamo con la lettura di alcuni passi dal discorso di Sankara all’ONU. Dopo ci tuffiamo nella lettura ironica della guida Lonely Planet per il Burkina Faso, indaghiamo le cause storiche (colonialismo e imperialismo francese) della povertà del Burkina Faso con passi tratti dalla ‘Guida del mondo visto dal Sud’ (EMI, 2006) e leggiamo passi della diagnosi che Sankara fece del suo paese.
Poi raccontiamo la rivoluzione sankarista e il suo tragico epilogo.
La seconda parte sposta l’attenzione sull’Italia: immaginiamo che un giovane migrante burkinabè di nome Thomas Sankara arrivi oggi in Italia. Quale paese avrebbe di fronte ai propri occhi? Chiudiamo questa parte invocando l’aiuto di Sankara per aiutare l’Italia a uscire dal suo sottosviluppo politico, sociale e morale.
Segue una breve parte sulla crisi, con lettura di passi di Sankara dal discorso sul debito estero all’ OUA in Addis Abeba. Chiudiamo il concerto/narrazione con le parole che Sankara ha scritto sul significato di democrazia.

Vidèo del spectacolo The fire next time ‘ Note per Sankara part2
http://www.youtube.com/watch?v=tpSW5N–5k0&feature=related

Vidèo del spectacolo The fire next time ‘ Note per Sankara part3
http://www.youtube.com/watch?v=ff5cvI74Lxk&feature=related

I musicisti

Andrea Ughetto – Recentemente ritornato in Italia, dopo una permanenza di quasi dieci anni all’estero. Dopo essersi laureato in Filosofia Teoretica a Torino si è trasferito a Londra nel 1999 con una borsa di studio post-laurea per approfondire tematiche legate al colonialismo, multiculturalismo e migrazioni. Ha conseguito un Master in Studi Etnici e di Genere presso la Greenwich University e un Master in Community Arts presso il Goldsmiths College (Londra), lavorando negli ultimi anni con diversi gruppi di rifugiati (Kosovo, Kurdistan, Somalia, Africa Occidentale) in un progetto di teatro dell’Oppresso e di musica. All’attività accademica ha sempre associato un’intensa attività musicale, sia pedagogica sia di performance.Nel 2007 è uscito per l’etichetta indipendente NOW il suo primo disco, ‘Blues, Sketches and Family Affairs’. Nello stesso anno ha tradotto e scritto la prefazione per ‘Gangsta Rap’ romanzo del poeta giamaicano Benjamin Zephaniah uscito per le Edizioni Goree’.

Daniele Ughetto – Laureato in Scienze Politiche è attualmente insegnante. Suona il basso quando può.

Daniele Bertone – E’da anni attivo in diverse situazioni musicali come batterista e percussionista. Insegna percussioni in varie scuole ed è attualmente membro del gruppo del sassofonista Carlo Actis Dato.

Alcuni brani dello spettacolo

Sankara, dal discorso all’Onu, 1984

‘Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso, sul suolo dei propri antenati, di affermare, d’ora in avanti, se stesso e farsi carico della propria storia, negli aspetti positivi quanto in quelli negativi, senza la minima esitazione. Non pretendo qui di affermare dottrine. Non sono un messia né un profeta, non posseggo verità. I miei obiettivi sono due: parlare in nome del mio popolo, il popolo del burkina faso con parole semplici, con il linguaggio dei fatti e della chiarezza; e poi, arrivare ad esprimere, a modo mio, la parola del grande popolo dei diseredati, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato terzo mondo. E dire, anche se non riesco a farle comprendere, le ragioni della nostra rivolta’.

Nessuno sarà sorpreso di vederci associare l’ex Alto Volta, oggi Burkina Faso, con questo insieme così denigrato che viene chiamato terzo mondo, una parola inventata dal resto del mondo al momento dell’indipendenza formale per assicurarsi meglio l’alienazione sulla nostra vita intellettuale, culturale, economica e politica. riconoscendoci parte del terzo mondo vuol dire, parafrasando Jose Martì, affermare che sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano nel mondo. finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi.

E’ il nostro sangue che ha nutrito le radici del capitalismo, provocando la nostra attuale dipendenza e consolidando il nostro sottosviluppo.
E’ questo che noi, popolo burkinabè, abbiamo capito la notte del 4 agosto 1983, quando le prime stelle hanno iniziato a scintillare nel cielo della nostra terra. Abbiamo dovuto sostituire per sempre i brevi fuochi della rivolta con la rivoluzione, lotta permanente ad ogni forma di dominazione.

Non c’e’ salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori da questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura.
Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere a una maggiore felicità, per osare inventare l’avvenire.

Lo stato che era chiamato Alto Volta era l’incredibile concentrato, la quintessenza di tutte le tragedie che da sempre colpiscono i cosiddetti paesi in via di sviluppo, una sintesi dolorosa di tutte le sofferenze dell’umanità. poche parole bastano a descrivere l’ex Alto Volta. Sette milioni di abitanti, sei milioni dei quali contadini. mortalità infantile al 180 per mille, aspettativa di vita media di soli 40 anni. tasso di analfabetismo al 98% se definiamo alfabetizzato colui che sa leggere, scrivere e parlare una lingua. un medico ogni 50000 abitanti. Reddito procapite di 100 dollari all’anno per abitante. La diagnosi era cupa ai nostri occhi. La causa della malattia era politica. Solo politica poteva dunque essere la cura’.

‘Promettiamo solennemente che d’ora in poi nulla in burkina faso sarà portato avanti senza la partecipazione dei burkinabè. d’ora in avanti, saremo tutti noi a ideare e decidere tutto. non permetteremo altri attentati al nostro pudore e alla nostra dignità’.

Sankara e la crisi, dal discorso sul debito all’ OUA di Addis Abeba 1987

Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi. Parlo in nome delle donne del mondo intero, che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Dobbiamo riconoscere che i più grandi ladri sono i più ricchi. Quelli che ci hanno portato all’indebitamento hanno giocato come al casinò: finché ci guadagnavano, andava tutto bene; adesso che perdono esigono il rimborso. E si parla di crisi. No signore presidente, loro hanno giocato e hanno perso. Questa è la regola del gioco. E la vita continua.
Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. Quando ci parlano oggi di crisi economica si dimenticano di dirci che la crisi non è venuta dal nulla. La crisi esiste da sempre e andrà aggravandosi ogni volta che le masse popolari diventeranno sempre più coscienti dei propri diritti di fronte agli sfruttatori. C’e’ crisi perché di fronte a queste enormi ricchezze individuali (delle quali possiamo fare i nomi) le masse popolari non ci stanno più a vivere in ghetti ed in aree fatiscenti. C’e’ crisi perché i popoli dappertutto rifiutano di stare dentro Soweto e guardare Johannesburg. Ci sono dunque lotte il cui inasprimento induce i detentori del potere finanziario a preoccuparsi.
Oggi ci viene chiesto di essere complici nella ricerca di un equilibrio: equilibrio in favore di chi ha il potere finanziario: equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No! Noi non possiamo accompagnare coloro che succhiano il sangue dei nostri popoli e che vivono del sudore dei nostri popoli. Non possiamo accompagnare il loro passo assassino.

Sankara sulla democrazia

‘Democrazia significa sfruttare il pieno potenziale del popolo. L’urna e il sistema elettorale non provano l’esistenza della democrazia. Non c’e’ democrazia se non quando il potere, in tutte le sue forme (economico, militare, politico, sociale e culturale) è nelle mani del popolo’.

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